
Autore: Helen MacDonald
Titolo: Io e Mabel
Traduzione: Anna Rusconi
Editore: Einaudi
Anno: prima edizione lingua originale 2014
Pagine: 292
Genere: Autobiografia e saggio sulla falconeria
Voto: ★★★★☆
Trama
Storia di un dolore e di una cura che passa attraverso l’addestramento di un astore.
Le mie impressioni
In anni così lontani che non voglio neppure fare il calcolo, ho avuto una passione per il birdwatching, nata in una mattina umida con il contributo decisivo di un cannocchiale ad alte prestazioni prestato da un amico di famiglia. Il ricordo di un airone invisibile a occhio nudo ma perfetto nell’oculare è ancora ben scolpito nella mia memoria.
E siccome fin dalle medie ho avuto un approccio libresco alla conoscenza, a casa nostra devono ancora giacere da qualche parte almeno tre o quattro manualoni fotografici o illustrati, e un block notes in cui segnavo i miei avvistamenti. Nulla di neanche lontanamente paragonabile ai testi citati da Helen Macdonald in “Io e Mabel”, tra i quali “L’astore” di T. H. White (più noto come autore de “La spada nella roccia” e relativa saga sul mito di Re Artù): dalla semplice osservazione si passa infatti all’arte della falconeria e dell’addestramento dei rapaci, a cui la Macdonald si dedica per provare a superare il lutto della scomparsa dell’amato padre.
Ne è nato un testo che a volte è descritto come memoir, diario, testo naturalistico, riflessione sul rapporto fra uomo e fauna.
A me è sembrato quasi un romanzo epistolare, senza i contenuti tipici del genere, ma lunga lettera d’amore in cui il racconto di attesa, addestramento, fallimenti, relazione con il rapace è occasione di pura e potentissima descrizione di dolore e di assenza.
Mabel, il rapace che l’autrice addestrerà, non è consolatoria: ferisce, anche in senso letterale, si allontana, risponde alla sua natura ferina. Non è un Labrador sensibile al dolore del padrone o un gatto che ti si acciambella in grembo all’improvviso. E, anche per questo, “Io e Mabel” è in molte parti una lettura difficile, straziante. Forse meno ingaggiante nei suoi rimandi storici e letterari, ma terribilmente vero quando l’autrice si scava dentro profondamente, senza nascondere nulla del buio in cui è piombata.
Dall’autore
«Stando con Mabel ho imparato che diventiamo più umani quando scopriamo, anche per mezzo dell’immaginazione, che cosa significa non esserlo»
Linkografia
1001 libri da leggere: la lista
Intervista all’autrice su repubblica.it
Il film tratto da “Io e Mabel” (piuttosto premiato!)
Quarta
un sogno ricorrente sui falchi fa scattare in lei una sorta di epifania: per uscire dal gorgo che la soffoca addestrerà un falco, ma non un falco qualsiasi, piuttosto un astore, uno dei piú grossi e feroci rapaci che esistano, un animale del sottobosco, sanguinario e predatore. Cosí entra in scena Mabel, “un rettile. Un angelo caduto. Un grifone uscito dalle pagine miniate di un bestiario”. Helen si ritira dalla comunità per dedicarsi esclusivamente all’addestramento dell’animale, in un isolamento ossessivo.