Per metà denuncia di percorsi di assunzione evidentemente tipici della società giapponese e per metà thriller, “Gli ultimi sei” racconta vite, vizi, peccati e umanità di sei candidati all’ingresso nell’immaginaria Spiralinks, la tech company più ambita del Sol Levante. E le cose peggioreranno di parecchio dopo che il gruppo, inizialmente unito nella predisposizione di un progetto da far valutare all’azienda, scopriranno che “ne resterà soltanto uno”, e che saranno loro stessi a dover indicare il nome di chi sarà assunto e di conseguenza quelli dei cinque che avranno soltanto accarezzato il sogno.

Tra i “pro”, ci metto un ritmo perfetto per il genere, che tiene onestamente ben avvinto il lettore, e una struttura narrativa a doppia voce (rischio lo spoiler e mi contengo) davvero ben riuscita.

Nei “contro”, tralasciando i classiconi un po’ stantii del “nessuno è come lo vedi” e del “impressione superficiale versus verità”, ci metto soprattutto una quantità di colpi di scena e di giravolte narrative che comprendo essere parte del gioco, ma che hanno superato in quantità la mia capacità di sopportazione.

Fermo restando che l’intrattenimento è garantito, l’evasione pure, e che quando ti affidi alla letteratura di genere qualche forzatura la devi pur sopportare. Sarò io che ne sopporto meno.

7/10

Riassumendo

Shōgo Hatano ha ventun anni ed è arrivato dove quasi nessuno riesce: tra i sei finalisti di un processo di selezione che ha eliminato oltre cinquemila candidati. Chi vincerà entrerà alla Spiralinks, la tech company più ambita del Giappone. La prova finale, ufficialmente, è semplice: gli ultimi sei devono dimostrare di saper fare gioco di squadra.

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