“Il dubbio” di Matsumoto Seicho mi ha lasciato qualche dubbio (ahahah, sto in formissima proprio)
Premesso che tutti continuano a parlarmi di “Tokyo Express” e io continuo a navigarci attorno: il mio primo Matsumoto Seicho era stato “La ragazza del Kyushu” e ne “il dubbio” ho faticato a ritrovare le stesse sfumature simenoniane che mi avevano avvinto allora, e che tanti paragoni fra i due autori hanno innescato nei lettori di tutto il mondo. Ho continuato a intravedere una certa analogia nella costruzione di una architettura narrativa comunque coinvolgente e nella asciuttezza della penna, ma questa volta mi sono mancati – o almeno io non li ho colti – profondità nella costruzione dei protagonisti (tendenzialmente monocromatici) e soprattutto quello sguardo sociale di interpretazione della realtà che tanto pensiero accende.
Siamo dalle parti del giallo di ambientazione legale, a cui mancano però un po’ di caratteristiche: c’è una lei dal passato torbido e dal probabile matrimonio di interesse, e c’è il marito ricco, più anziano, ovviamente morto in circostanze sospette che fanno puntare tutti i sospetti sulla vedova. C’è – ed è forse il punto di maggiore interesse – lo sguardo del cronista che crede di aver già capito tutto, e di come i mass media abbiano influenzato le indagini (come nelle intro del podcast di Nazzi che in macchina recitiamo quasi a memoria). Ci sono tante, troppe ripetizioni, che mi hanno annacquato il piacere della lettura e reso il tutto poco soddisfacente.
A questo punto “Tokio Express” lo devo recuperare, per verificare se sia proprio io che non ci sto capendo un cappero.
Quarta di copertina
Sarà un matrimonio di breve durata: in una piovosa sera di luglio l’auto su cui viaggiano finisce nelle acque del porto e Fukutaro annega. Accusata di aver architettato l’omicidio per riscuotere il premio di un’assicurazione sulla vita del marito, Kumako si ritrova nel tritacarne della stampa che, assecondando i pregiudizi della gente del posto, si scatena contro la «demonessa».