Mi è tornata alla memoria una lezione di italiano nella mia prima prima liceo (non è una ripetizione, è che mi piacque talmente tanto…). L’unica materia decentemente affrontata in un anno complicato, credo – in realtà son sicuro, avendone sposata una più che in gamba – per la capacità immaginifica e accattivante del docente, che spese un’oretta intera a spiegarci perché soffermarci (prima, durante e soprattutto dopo la lettura) sul titolo di un romanzo.
Me lo ha riportato alla mente “La Cripta dei Cappuccini”, solidissimo romanzo di Joseph Roth, ideale continuazione de “La marcia di Radetzky” che mi aveva convinto un filino meno. Posizionato a Vienna sotto l’omonima chiesa, la Cripta dei Cappuccini ospita dal 1633 le spoglie dei discendenti della dinastia asburgica, fra cui 12 imperatori e 18 imperatrici. Dell’Impero, Roth racconta gli ultimi anni e le trasformazioni che hanno accompagnato la fine di una realtà politica certamente multiculturale e – per alcuni aspetti – persino tollerante, attraverso il racconto della vita di Francesco Ferdinando Trotta, erede dell’Eroe di Solferino richiamato nel primo volume della saga. Un uomo che non manca gli appuntamenti sociali con una aristocrazia sostanzialmente ignara del baratro che sta arrivando (“Sopra i calici dai quali noi bevevamo, la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute”), ma che approfondisce conoscenze popolane, in un ritratto complessivo di un mondo che non ci sarà più e di cui Roth mostra una nostalgia più che comprensibile se si pensa che il testo è del 1938.
E’la Storia che travolge le vite degli uomini, tra pagine ammantate di malinconia, l’evidenza per una incapacità di adattamento che darà i suoi segnali più forti subito dopo la fine del conflitto, e una storia familiare fatta di baluardi (la madre, colonna nella vita del protagonista e ultimo bastione di un universo che si è dissolto) e di fascinazioni per il moderno (la moglie e le sue passioni) che appaiono comunque senza futuro.
Le ceneri dell’Impero riposano lì, nella Cripta dei Cappuccini. e intorno aleggiano le parole di Roth e certamente anche quelle di Zweig, che ho amato anche di più.
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Quarta di copertina
Fra i grandi scrittori del nostro secolo, Joseph Roth è forse quello che più di ogni altro ha conservato il gesto inconfondibile del narratore – quel favoloso personaggio che racconta storie senza fine ed è quasi l’ombra di tutta la letteratura.