“L’attentato” è un romanzo che avevo da un sacco di tempo in TBR, tanto da non ricordare esattamente come ci sia finito (Tuttolibri? Robinson? Profili fidati su social network? Non portato alla cassa in libreria perché la pila dei selezionati già mi superava in altezza?). Sicoome mi piace pensare che pochissimo sia frutto del caso, ci ho trovato immediatamente un senso: quello di Harry Mulisch è un testo con vari protagonisti, e uno di questi è certamente il tempo: che mi abbia dovuto aspettare mi è parso quindi opportuno, e vagamente poetico.

Una trama solida che si sviluppa infatti su un largo arco temporale: comincia tutto da un colpo di pistola, un attacco partigiano nell’Olanda occupata da nazisti e un esponente della locale emanazione del potere che viene giustiziato da un commando di resistenti sulla strada su cui si affacciano quattro case. Dai convulsi minuti immediatamente successivi, con il cadavere spostato per evitare ripercussioni sui proprietari di una o dell’altra abitazione, e dalla tragica rappresaglia che seguirà, nasce il fulcro di un racconto che dura una vita e che ci racconta di giustizia, di verità, di vite che proseguono e di altre che si inchiodano in quei momenti lì, di civili che faticano a tornare alla vita normale e di famiglie che scompaiono, di monumenti dimenticati e di gioventù spezzate.

“L’attentato” veleggia fra il romanzo filosofico, di cui ha a tratti il ritmo, ed il thriller, perché tutto sarà davvero chiaro solo alla fine. Nel mezzo, una storia personale e familiare che diventa coscienza nazionale, quella in cui ogni europeo dovrebbe e potrebbe riconoscersi: una coscienza fatta di amnesie e di ricordi gonfiati, di eroismi e piccole viltà, di incomprensibili capricci del destino che nascondono debolezze umane.



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8/10

Quarta di copertina

Nel gran silenzio che avvolge la casa – niente radio, niente telefono – risuonano improvvisamente per strada sei spari secchi. Il diciassettenne Peter Steenwijk si precipita fuori. Davanti alla casa del signor Korteweg, giace una bicicletta e, accanto, un uomo, morto stecchito. È Fake Ploeg, ispettore capo della polizia fascista, il più efferato assassino e traditore di Haarlem e dintorni.

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