A me, quando provavo a fotografare in maniera seria – lustri fa – l’autofocus proprio non piaceva. Non si trattava di velleità da amatoriale-pro, quella interveniva quando vedevo il selettore fisso in modalità del tutto manuale, e neppure il risultato di una scarsa fiducia verso la tecnologia (figurarsi, le brutte parole una volta scaricate le immagini per un potenziale scatto rovinato da una scarsa nitidezza…). Era proprio il gesto ad affascinarmi: il movimento della mano e lo sfuocato che diventava chiaro, la nebbia che si diradava, la limpidezza che si faceva strada.

I romanzi di Giuseppe Genna, e in particolare quelli della serie di Lopez, mi hanno sempre regalato quella sensazione lì. Che, nello specifico, non approdavano mai a una PIENA nitidezza, ma suggerivano, sussurravano, mettevano in relazione con un fascino che stava a metà fra la Storia e la cronaca, il Vero e l’immaginato.

Diciassette lunghi anni e una pallottola nel cranio dopo, Lopez è tornato. Questo personaggio infinitamente borderline, agente dei servizi, che ha attraversato tutte le stagioni recenti della nostra storia, dalla rivoluzione di Tangentopoli alle stragi di mafia, dalle certezze dei blocchi del dopoguerra alle instabilità dell’Occidente post 1989, è tornato a vivere e a indagare, in un tempo che più dicotomico non si potrebbe: caos e ordine, individuo e società, Bene e Male. E di male, in questa ultima avventura, ne abbiamo a secchiate, in una storia che è spy, noir, saggio geopolitico, cinema, horror, thriller, e un’altra dozzina ancora.

Lopez no, non si può mettere del tutto a fuoco, neppure con la migliore delle attrezzature. Resterà lì, sempre un po’ sfuggente, contorni non definiti.

E credo che a Genna tanta nostra narrativa moderna debba tantissimo, e che “L’uomo che non doveva tornare” vada proprio festeggiato.

8.5/10

Quarta di copertina

L’Occidente è al collasso. Il pianeta Terra danza sull’orlo dell’abisso mentre la guerra infuria tra l’Ucraina e la penisola arabica. Gli Stati Uniti di Donald Trump sembrano sotto acido, l’Europa è in apnea. A Mosca, un monopattino imbottito di tritolo fa evaporare il generale Kirillov, macellaio dello zar Vladimir Putin. Tutti giocano la loro partita. Tutti guardano lontano. Invece il fronte vero si apre a Milano, città-laboratorio, città-vetrina, città-matrioska di poteri in conflitto.

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