Bella e perduta nasce da un viaggio speciale compiuto nel 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Lo scrittore attraversò il Paese indossando una camicia rossa garibaldina, trasformando il suo percorso in una ricerca delle tracce più autentiche dell’identità italiana. Lontano dai riflettori della politica e dalle rappresentazioni stereotipate del Paese, Rumiz incontrò amministratori coraggiosi, volontari, insegnanti, associazioni e semplici cittadini impegnati quotidianamente nel sociale e nella tutela del bene comune. Da queste esperienze, e dalle lettere che Paolo Rumiz ha ricevuto come risposta ad alcuni suoi interventi sul tema, nasce una narrazione che alterna meraviglia e inquietudine, amore per l’Italia e inevitabile preoccupazione per il suo futuro.
Leggendo Bella e perduta viene spontaneo pensare a un anziano che sta lentamente perdendo la memoria. L’Italia descritta da Rumiz appare come una nazione che fatica a ricordare se stessa: le proprie radici, le lotte che l’hanno costruita, il senso di appartenenza a una storia condivisa. Come una persona anziana che conserva frammenti vivissimi del passato ma smarrisce il filo che li unisce, anche il Paese sembra spesso diviso tra identità locali, contraddizioni irrisolte e conflitti che impediscono una visione comune. La figura di Garibaldi, storicizzata e banalizzata nel racconto della sua epopea, ne è sintesi perfetta: statue e vie intitolate in ogni comune d’Italia, ma memoria davvero labile sul suo impatto, la sua modernissima visione sociale, le sue lotte.
Eppure, come spesso accade in chi progressivamente perde ricordi, rimangono lampi di lucidità. Sono gli uomini e donne che custodiscono tradizioni, difendono il territorio, promuovono solidarietà e partecipazione, in cui si riconosce un senso di comunità che fa respirare andando oltre la sola denuncia delle fragilità italiane, ma consentendoci la scoperta di un patrimonio morale forte. Paolo Rumiz diventa il cantore di un Paese fragile e smemorato, ma non rassegnato, che continua a trovare nelle energie civili dei suoi cittadini le ragioni per ritrovare se stesso.
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Quarta di copertina
Cos’è oggi Garibaldi? È un linguaggio forte e liberatorio che rompe col politicamente corretto, stronca ogni rigurgito di fascismo e non teme di chiamare le cose col proprio nome. È una topografia corsara che riaccende memorie ovunque e compone il ritratto di un eroe sconfitto, che non può riconoscersi in un’Italia che ha tradito le premesse del Risorgimento.