E’ ovviamente una rilettura, dettata da alcune nostalgie.
(Tra l’altro “nostalgia” ha un etimo bellissimo: è un termine coniato da un medico combinando le radici greche “nostos” – che significa “ritorno a casa” – e “algos”, traducibile in “dolore”. Intendeva descrivere la malata malinconia provata dai soldati mercenari svizzeri arruolatisi in eserciti nemici)
Ed in effetti con “La compagnia dei Celestini” la malinconia della casa lontana è piuttosto efficace, per quel che mi riguarda. Ci sono tutti i miei anni infantili di purissima pallastrada, sport che Benni codifica in questo romanzo e che limita la sua somiglianza con il calcio al fatto di prevedere pallone e porte in cui segnare, ma ci si distanzia per materiali (“La palla deve essere stata rattoppata almeno tre volte, deve essere o molto più gonfia o molto meno gonfia del normale, e possedere un adeguato numero di protuberanze che rendano il rimbalzo infido”, ambientazione (“Il campo di gioco può essere di qualsiasi fondo e materiale a eccezione dell’erba morbida, deve avere almeno una parte in ghiaia, almeno un ostacolo quale un albero o un macigno”) e regole (“Nel caso in cui un cane o un neonato o un cieco o altro perturbatore entri in campo intralciando o azzannando la palla, egli sarà considerato a tutti gli effetti parte del gioco, a meno che non si dimostri che è stato addestrato da una delle squadre”).
(Credo che uno dei momenti di purissima gioia della mia esistenza sia stato un gol scartando il portiere in un mitologico scontro fra noi dei giardini di via Pacinotti e gli avversari di via Verdi – Garibaldi, giocato su un campo neutro all’ombra della Fincantieri.)
Ma non è mica l’unica nostalgia che mi ha preso, no. C’è pure quella per un Italia che non è più quella, e qui la nostalgia si mischia con il passare dell’età e degli anni, perché non è che ci si potesse propriamente leccare i baffi, eh, tant’è che Benni gioca un sacco fra un mondo “bambino” – quindi incorrotto – e quello adulto, dove sopraffazione e arrivismo la fanno da padroni. Però è una scrittura profetica, che se togli il potere pervasivo della tv e lo sostituisci con i social (con l’aggravante che oggi leggi il commento che allora restava nel tinello di casa) fotografa perfettamente il nostro vivere, e lo fa con la fantasia e l’inventiva di uno capace di immaginare letteralmente qualsiasi cosa.
E’ la nostalgia più grande, quella per quando aspettavi il nuovo Benni.
Riassumendo
Avete mai sognato di partecipare al Campionato Mondiale di pallastrada, organizzato dal Grande Bastardo, protettore degli orfani di tutto il mondo? Memorino, Lucifero e Alì sì, molte volte, e per realizzare il loro sogno architettano una fuga dall’orfanotrofio dei Celestini. Subito don Biffero, il priore Zopilote, don Bracco e il giornalista Fimicoli, in coppia con il fotografo Rosalino, si lanciano all’inseguimento