Mentre mi godevo l’ultimo (l’ultimo? ho perso il conto) Cose Spiegate Bene del Post, pensavo a quante volte e in quanti contesti ho sentito la vertigine di un insieme di lettere o suoni.

“Ti ho dato la mia parola”, ed in effetti era lì, ad aspettarmi in aeroporto, a un orario improbabile e nonostante le mille cose da fare.

“Ma dì soltanto una parola”

“Le mie parole sono sassi / precisi e aguzzi, pronti da scagliare / su facce vulnerabili e indifese (…) Sono andate a dormire / sorprese da un dolore profondo che non mi riesce di spiegare / fanno come gli pare, si perdono al buio per poi ritornare”

ma anche…

“Qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole / ma è un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare”

E le parole che ci avete lasciato sopra un foglio di carta, e non sapete quanto siano importanti.

E quelle che ho pensato e non ho mai detto, quelle che ho detto senza pensare, quelle che ho scritto e poi ho buttato via, una volta persino bruciando un foglio a Barcola, davanti al mare, con la stupidirà romantica dei sedici anni, quando ogni gesto sembra definitivo e ogni azione catartica.

(e poi quelle dei post-it a colazione, i messaggi che sei arrivata, il senso dell’aspettarsi. E quelle – promettenti – che stai scrivendo adesso).

L’ultimo numero di Cose Spiegate Bene non è così emotivo, anzi. Con lo stile preciso che conosciamo noi lettori del Post e la commuovente volontà di spiegarsi, e di spiegare dopo essersi documentati, ti racconta perché diciamo OK, ti relaziona sui vari modi di dirsi Pronto al telefono, elenca le frasi comuni da cui stare giornalisticamente lontani, si spende su galateo, linguaggi di intelligenze artificiali e mille altre cose ancora. Si legge a pezzetti, adattissimo agli spostamenti metropolitani, ed è pure un piacere per gli occhi. Sarà anche per quello che mi ha smosso qualcosa dentro, chi può dirlo.

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8/10

Riassumendo

Gli italiani non sono un popolo di allenatori della Nazionale (in questo numero di COSE Spiegate bene parliamo anche di frasi fatte e luoghi comuni) ma di linguisti: d’altronde non c’è niente che venga insegnato loro a scuola così a lungo quanto l’italiano, e non c’è niente che venga esercitato quotidianamente con tanta intensità. Si può capire che tendiamo a essere presuntuosi, sulla conoscenza dell’italiano e dei suoi usi.

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