Mi ha impressionato la polarizzazione delle recensioni d’oltreoceano su questo testo di Paul Auster, uscito postumo in Italia e orientato al tentativo di contribuire al dibattito sulla diffusione delle armi e sul loro effetto sulla popolazione, la cultura, la storia statunitense. Ci si è divisi come ci si divide negli States da qualche anno, fra posizioni del tutto inconciliabili e prese di posizione dogmatiche, e mi è sembrato che non potesse essere altrimenti, perché quando una voce si leva potente, beh, si applaude o si fischia, e non si resta indifferenti.
Andando un po’ altro i puri dati, pur riportati nella loro incredibile dimensione (quarantamila morti all’anno – cento al giorno, quasi 400 milioni di armi circolanti, possibilità di essere uccisi da un proiettile 25 – venticinque! – volte superiori a qualsiasi altra nazione occidentale), “Una nazione bagnata di sangue” è soprattutto un testo in cui si incrociano, con la maestria di una voce che manca terribilmente, biografia personale e storia della nazione, tra sillogismi apparentemente solidissimi smontati con facilità e una ragionevolezza che vorresti fosse di tutti noi. E’ un testo che è perfettamente accompagnato dalle immagini di Spencer Ostrander, che è tornato sui luoghi degli omicidi di massa e li ha fotografati per come sono ora: spazi che hanno perso ogni traccia di vita, in alcuni casi del tutto rasi al suolo, in altri semplicemente rimasti cristallizzati.
In nessuna delle foto di Ostrander c’è una presenza umana. Non potrebbe essere altrimenti, perché di umano – in quelle storie, in quelle immagini – c’è talmente tanto da non poter essere racchiuso in una cornice.
117 pagine preziose.

Riassumendo
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Tra biografia e sociologia - 8/108/10
Quarta di copertina
Perché gli Stati Uniti, la ricca, meravigliosa terra della libertà e delle opportunità, sono anche il Paese più violento del mondo occidentale? Paul Auster si è interrogato a lungo su questo paradosso e nell’ultimo libro della sua vita, quasi a ideale testamento, si è destreggiato tra ricordi privati e memoria collettiva p