Quando – millemila ere fa – facevo il terzino sinistro in un’oscura compagine calcistica della ancor più oscura provincia goriziana, attendevo con trepidazione e terrore le due partite all’anno in cui avrei incontrato lui. Perchè nei percorsi giovanili – in particolare in provincia – finisce così: che le squadre son sempre quelle, tu passi di categoria solo con l’età e i tuoi avversari anche, e finisci per vederli crescere con te.

“Lui” era un’ala destra, non particolarmente tecnica, non particolarmente veloce. Ma c’era un momento, ogni fot..ta volta, in cui mi puntava, spostava la palla sul sinistro, me la buttava tra le caviglie di punta e un secondo prima che la potessi spazzare in tribuna fra le grida di genitori entusiasti, la ritoccava di esterno destro mandandomi fuori tempo, e io mi ritrovavo a guardare il suo 7 disegnato sulla schiena mentre puntava verso la porta. Poi, che l’azione finisse con un loro gol o con un miracolo del nostro portiere, lui tornava indietro e mi sorrideva, umile. Il maledetto.

Sapevo esattamente cosa avrebbe fatto e quando, e non potevo farci niente.

Con la scrittura e i romanzi di Federica Manzon mi accade esattamente lo stesso. Io lo so che non dovrò farmi irretire da una scrittura magnifica, che devo mantenere alta l’attenzione, ma finisco per cedere emotivamente a personaggi che mi entrano direttamente nel miocardio. E’ accaduto con “Alma” – e ho festeggiato il Campiello come un gol dell’Unione – e, nelle ultime notti, mi è accaduto con “La nostalgia degli altri”, romanzo del 2017 che affronta tematiche che i sette anni trascorsi hanno solo esacerbato.

Ci sono Lizzie e Adrian che si amano di un amore fatto di messaggi (tanti), misteri (molti), fragilità (infinite), incontri (pochissimi). C’è un narratore che non si coglie del tutto, ed un’aria complessiva di indeterminatezza che è assolutamente voluta, rappresentativa di quella nebbia spessa è il rapporto fra realtà e virtuale, in un presente-futuro quasi distopico che non è lontano dalla rappresentazione dell’oggi.

E io che sapevo che sarebbe arrivata quella finta, son rimasto a guardare un’ala destra che si involava verso la porta, sospesa sul sottile filo (o forse, file) che separa la nuda realtà da un virtuale (tra)vestito.

Riassumendo
  • 8/10
    Che penna! - 8/10
8/10

Quarta di copertina

Lizzie è volubile, egoista e piena di fascino, una dittatrice nata, circondata da una fama temeraria fin dall’adolescenza a Trieste. Adrian è timido, maldestro, incapace di fare una mossa audace, eppure animato da desideri pericolosi. Lavorano all’“acquario”, una società d’intrattenimento digitale che inventa giochi e mondi immaginari. Lizzie nel reparto Immaginatori, Adrian nel reparto dove si elaborano i numeri e “si trasformano sentimenti e sogni in 0 e 1”. Il loro incontro non potrebbe essere più improbabile, eppure si innamorano.

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