Una volta ho vinto una tartaruga d’acqua al luna park (tra l’altro con un gesto tecnico mai più riprodotto in ambito sportivo, praticamente il mio canto del cigno). Le avevo anche dato un nome imbarazzante, ma non rivanghiamo. Passavo ore a guardarla nella sua vaschetta, mista acqua e sassi scelsi sul Carso. Si ritraeva dentro al guscio, quando mi avvicinavo, e dopo un po’ cominciava a tirar fuori la testa, poi le zampe, poi riprendeva a nuotare.

Gilda, la protagonista di Moriremo tutti, ma non oggi di Emily Austin, me l’ha riportata alla memoria.

In pagine che vivono sull’equilibrio fra la commedia nerissima (quella di Fleabag, per intendersi) e il continuo dramma esistenziale, Gilda non sopravvive, ma sotto-vive tra crisi di identità, una consapevole inadeguatezza e – soprattutto – una ansia che costituisce il suo carapace protettivo. All’interno, una tenerezza commuovente, di quelle che vorresti saltare a piedi uniti nelle pagine del libro e abbracciarla, sussurrandole che c’è speranza.

Come la mia tartaruga, Gilda si ritrae e si scopre poco a poco; è apparentemente lenta a processare quel che le accade attorno, ma sufficientemente pronta a cogliere l’occasione per un lavoro che la costringerà a una sorta di doppia vita; è apparentemente innocua, ma quando – in un dialogo potentissimo – si confronterà finalmente sincera con uno di quei “coach della vita” che ammorbano i social, saranno morsi potenti. Aveva morso la nostra cagnetta sul naso infilato curioso nel suo ambiente, la tartaruga della mia infanzia.

Tra mail inviate a nome di una defunta (sì, c’è anche del giallo) e rapporti umani in bilico, con la sua fidanzata in particolare, Gilda fa piangere e sorridere, risveglia ricordi di paure (forse mai) sopite, vulnerabile come pochi altri personaggi mi sia capitato di incrociare, spaventata come capita di scoprirsi.

Non so che fine abbia fatto la tartaruga: superando ogni aspettativa, era cresciuta diventando più grande di una mia scarpa da tennis. La immagino felice che nuota in qualche laghetto artificiale, e in fondo mi auguro lo stesso anche per Gilda.

8/10

Riassumendo

Gilda ha paura della morte, come tutti. Solo che la spaventa anche continuare a vivere, e tutto ciò che questo comporta: gestire una famiglia incapace di affrontare i problemi. O pagare le bollette. O ancora, dare finalmente una svolta alla sua relazione con Eleanor. Quando, un po’ per caso, inizia a lavorare come segretaria nella chiesa di St. Rigobert, scopre una nuova prospettiva sulla morte e la sopravvivenza.

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