Addio vojo dighe a ‘sta caseta,
dove che go passà la gioventù,
addio a questa terra benedetta,
perché se vado, no te vedo più!
(Addio a Pola, canto popolare)
Grazie al Cielo sono lontani i primi anni Novanta, quando novello adolescente trapiantato a Milano dal confine orientale mi stupivo della scarsissima conoscenza della storia recente della mia terra: crescendo, mi son reso conto che lo avevano reso inevitabile un certo orientamento storiografico, un senso di (condivisibile) vergogna per essere stati nazionalmente promotori del conflitto e delle sue orribili conseguenze, alcuni imbarazzi politici.
Alla – adesso sì, vasta e variegata – letteratura in maniera unisco “Italiani due volte”, che non vuole essere un saggio storico – anche se finisce per assumerne parzialmente le caratteristiche – ma si vuole posizionare nel grande alveare del giornalismo d’inchiesta: il racconto delle vicissitudini di chi fu “italiano due volte”, scegliendo di abbandonare case, terre e tradizioni per poi essere guardato con sospetto è affidato alle testimonianze dirette di chi ha vissuto quegli anni e ne ricorda, lucidamente e commoventemente, l’orrore.
Con la coscienza più che mai serena,
do’ robe vojo cior per ricordar
In t’un scartosso un tochetin de rena,
in ‘na fiaschetta un fià del tuo bel mar!
Per me, un’occasione – che cerco di mantenere annuale – di ricordare, e di aggiungere qualche pezzetto di conoscenza che mancava (mi sono appuntato la definizione di “Dresda dell’Adriatico” attribuita da Bettiza alla città di Zara, che vide l’ottanta per cento dei suoi edifici distrutti dai bombardamenti alleati su indicazione titina). Per chi vuole approcciare al tema, un testo agile e funzionale, che resterà nella memoria.
SCHEDA LIBRO
Autore: Dino Messina
Titolo: Italiani due volte
Editore: Solferino
Collana: –
Anno di pubblicazione: 2019
Pagine: 298
ISBN: 978-8828201205
Riassumendo
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Documentato - 8/108/10
Quarta di copertina
Sono italiani due volte i trecentomila che in un lungo esodo durato oltre vent’anni dopo la Seconda guerra mondiale lasciarono l’Istria, Fiume e Zara. Erano nati italiani e scelsero di rimanere tali quando il trattato di pace del 10 febbraio 1947 assegnò quelle regioni alla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito.