Si prendevano le biciclette e si andava sul Carso: nelle giornate estive meno impegnative dal punto di vista climatico ci si spingeva a provare la scalata al Monte San Michele (ho ancora i crampi alle gambe), più frequentemente si andava sul Vallone che collega Monfalcone a Doberdò o sui sentieri intorno alla Rocca. Ci si portava una calamita da frigo (ne ricordo una orrenda di Riccione, con le conchiglie finte) e non serviva mica scavare: a settant’anni di distanza, bastava spostare un po’ di terra e spuntavano pezzi di ferro (verificati con la calamita, appunto), parti di proiettili, pezzi di filo spinato, residui di un fronte che aveva visto trincee, esplosioni, fango, sangue.
Paolo Rumiz ha percorso questi e altri chilometri nel 2013, a un anno dal centenario dello scoppio della Grande Guerra. Con sguardo lucido eppure commosso, onesto che più non si potrebbe, ha raccontato le mie terre e quelle un po’ più distanti della guerra bianca in montagna, immedesimandosi in ragazzi poco più adulti dei liceali delle classi di MoglieRiccia, respirandone l’assurdo martirio, facendomi ascoltare canti e accenti di trincee che potevano distare dieci metri, spiegarmi perché ancora oggi si utilizzi il termine “cecchino”, narrando – con una penna che è di una forza e di una profondità assoluta – il cambio di genere dei fiumi, le mezze verità storiche, l’orgoglio delle nostre radici.
“Il fango e la neve” è stata la compagnia breve ma intensissima di giorni complicati. Pagine su cui sono tornato, prospettive che non avevo interiorizzato nonostante questi siano i miei luoghi, muovendo parola dopo parola pensiero ed emozione.
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Quarta di copertina
Dal Monte Grappa all’Altopiano di Asiago, dall’Isonzo a Redipuglia, da Trieste al Passo del tappa per tappa, Rumiz viaggia, pianta la tenda, calpesta la terra dei luoghi della Prima guerra mondiale. Un libro che è un canto poetico e crudo, di rabbia e speranza, di meraviglie e sconforti.
Un reportage che ha al centro l’assurdità della guerra, di tutte le guerre passate e contemporanee, e che racconta la storia di ragazzi, di soldati, di famiglie. Con la sua straordinaria penna, ci fa entrare nel cuore dei luoghi “sacri” di un conflitto che ha aperto il Secolo breve e ha segnato l’Europa per sempre.