“Soldato d’inverno” ti introduce negli orrori del primo conflitto mondiale quasi sottovoce. C’è tutta una parte iniziale, quella in cui impariamo a conoscere Lucius, studente di medicina, in cui ti sembra di avvertire tutta l’inconsapevolezza di un continente che stava per precipitare in un buco di sangue nero, e non ne avvertiva minimamente la portata. Alla fine degli anni Trenta deve essere stato diverso, in fondo ci si era già passati e nulla lasciava presagire che al mondo toccassero anni di pace. Non qui, non nei luminosi anni Dieci e non nell’aristocratica Austria-Ungheria in cui la preoccupazione per il figlio non maritato condurrà persino in pieni anni bellici – ad un casting materno.
E’ forse anche per questo che “Soldato d’inverno” è fra i più crudi (e, in fondo, crudeli) racconti della Prima Guerra Mondiale, con l’ulteriore paradosso che non è il fronte ad essere al centro della narrazione: Mason (gran penna) decide di ambientare il suo romanzo storico nelle retrovie, in un ospedale da campo, lì dove i risultati terribili delle nuove armi e di u battaglie insensate diventa più evidente, sotto forma di feriti, amputazioni, atroci ispezioni alla ricerca di uomini sufficientemente ricuciti da poter essere rispediti in prima linea.
E’ in questo contesto che lo studente Lucius diventa medico, ed è in questo contesto che si scoprono una malattia che non è del corpo, e che è talmente inesplorata da assumere nomi diversi su tutta la linea del fronte: è una frattura dell’anima, non consente di parlare, lascia gli occhi spalancati e atterriti, induce tremori e nessun controllo dei nervi. Oggi la inquadriamo meglio, la riconosciamo anche in contesti non necessariamente bellici, ma allora faceva sospettare imboscamenti e – soprattutto – non si sapeva come affrontarla.
La figura di Lucius è accompagnata da quella, splendida, di Margarete: infermiera, sopravvissuta, sopravvivente, a volte mamma e a volte sorella, lampo luminoso nel buio pieno. Umanità fragili che si incontrano e poi si devono lasciare, presenze e assenze che si avvertono, e che restano una volta chiusa l’ultima pagina.
“Soldato d’inverno” ha, tra le altre cose, il pregio di aver trovato un equilibrio fra storie personali e impatti mondiali: le prime si sviluppano con un focus più nitido, ma sullo sfondo intravedi e senti lamenti, incomprensione, esplosioni, il gelo dell’inverno dell’Europa centrale e il caldo atroce di una fiammata improvvisa.
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Quarta di copertina
Ungheria settentrionale, 1915. Per tre anni il ventiduenne Lucius Krzelewski ha consacrato con severità monastica la sua vita allo studio della medicina. Ma allo scoppio della Prima guerra mondiale, dinnanzi all’offerta di far parte di una squadra di dottori in un ospedale di guarigione, non esita ad arruolarsi.