Nessun uomo è un isola, scrisse Merton. Ma ogni uomo è il campanile di Curon, con la punta oltre la superficie, a svettare verso il cielo e a resistere alle intemperie, e un universo quasi infinito di storie sotto, invisibili ai più eppure presenti, memorie con cui fare i conti, ricordi. “Resto qui” è una storia personale, un racconto familiare, un ritratto sociale di un mondo che non esiste più, concepito in una forma epistolare in cui Trina – splendida figura femminile, ribelle nella giusta direzione, ferita, viva – si rivolge alla figlia e ripercorre gli anni di soprusi del Ventennio, quelli della guerra, la fine della storia decisa nel 1950.
Eh già, perché a volte ciò che sta sotto la superficie non è mica dipeso da noi, e val la pena ricordarlo. Curon ha subito l’italianizzazione forzata (e che bella la storia delle maestre clandestine), il sogno (oggi incomprensibile) della riunificazione con la Germania degli anni Trenta, la divisione fra chi partiva e chi restava, e poi l’ultima e definitiva violenza. La voce di Trina è ferma, fra ferite mai cicatrizzate: è identità allo stato più puro, e Marco Balzano è proprio bravo in queste storie di confini incerti, di umanità ferite, di scelte sbagliate (subite, come in questo romanzo, o fatte, come in “Bambino”).
Ho letto febbrilmente “Resto qui” perché oggi ce lo saremmo goduti al Teatro Studio Melato, nell’adattamento di Francesco Niccolini e la memorabile interpretazione di Arianna Scommegna e Mattia Fabris. E’ stato intenso, toccante, in una cornice bellissima.
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Summary
Quando arriva la guerra o l’inondazione, la gente scappa. La gente, non Trina. Caparbia come il paese di confine in cui è cresciuta, sa opporsi ai fascisti che le impediscono di fare la maestra. Non ha paura di fuggire sulle montagne col marito disertore. E quando le acque della diga stanno per sommergere i campi e le case, si difende con ciò che nessuno le potrà mai togliere: le parole.