Ci sono romanzi che sembrano circolari, fanno un grande giro e poi ritornano, con una struttura narrativa in cui riconosci un cerchio. E poi c’è “I cieli di Philadelphia”, che fa la stessa cosa ma con un quadrato, perché questo thriller – la definizione non rende a sufficienza, ma la adotteremo – è un romanzo con alcuni spigoli, che ne definiscono in un certo senso la grandezza.
E’ una storia che ruota essenzialmente attorno a due misteri: che cosa stia accadendo a Kensington, quartiere di homeless e spaccio nella sesta più popolosa città degli States, e cosa sia successo a Kacey, sorella problematica della poliziotta protagonista e voce narrante del romanzo. Due sorelle dal destino diverso, cresciute senza genitori nella casa di una nonna che non voleva davvero prendersene cura e costrette fin da giovanissime a cercare di cavarsela in un contesto ambientale e sociale complesso: l’una probabilmente salvata da un incontro, l’altra inevitabilmente affossata da compagnie e fragilità educative.
C’è un momento, fra i tanti che ho appuntato in una lettura che col tempo è diventata febbrile: a Thomas, figlio della protagonista, viene regalata una scacchiera. Con l’innocenza del bambino abituato a giochi polarizzanti, chiede quali siano i buoni e quali i cattivi.
“Tutti i pezzi sono buoni e cattivi insieme” risponde la vicina di casa, ed è una matrice perfettamente applicabile a tutti i personaggi del romanzo: ognuno con le sue luci e le sue ombre, ognuno con le sue difficoltà ad affrontare i colpi che la vita mette loro davanti, ognuno con un lato oscuro ed una luce di speranza. Ed è attraverso questio personaggi così ben delineati e così umani da saltar fuori dalle pagine, che quello che poteva apparire come un (gran bel) poliziesco si trasforma in un grande romanzo sui rapporti umani, sul perdono, sulla tenerezza dell’essere al mondo.
La forma narrativa, magistralmente maneggiata dalla Moore, prevede un continuo alternarsi di passato e presente ed è una cornice perfetta per una trama che, non appena decolla, raggiunge vette inaspettate, accompagnata da alcuni colpi di scena che faranno sobbalzare anche il lettore più scafato. Nessun trucco narrativo: semplicemente il prodotto di una delle voci più potenti della letteratura contemporanea.
Liz Moore: “Senza le sue storie non avrei mai scritto questo romanzo”. Il riferimento è Jeffrey Stockbridge, che ha dedicato un progetto fotografico al quartiere di Kensington.
Riassumendo
Michaele Fitzpatrick è un’agente di polizia. Vive da sola e tra mille difficoltà si prende cura del figlio Thomas, un bambino dolce e intelligente. Pattuglia le strade di Kensington, il quartiere di Philadelphia dove è cresciuta e dove l’eroina segna il destino di molti, perché vuole tenere d’occhio l’amata sorella Kacey, che vive per strada e si prostituisce per una dose


