Siamo usciti da poco dalla nottata elettorale con cui negli States si è tornati a incoronare il più discutibile dei candidati, e io termino la lettura di un romanzo nato nella mente di uno dei più grandi narratori americani del Novecento in una “estate in cui il pene di un presidente invase la mente di tutti”. E’ il 1998, l’affaire Lewinsky nella vita vera che c’è là fuori fa tremare le istituzioni americane e la Casa Biuanca, e nelle pagine del romanzo Nathan Zuckerman, alter ego di Roth, racconta la storia di Coleman Silk, professore universitario di lettere classiche con si rovina con l’avventato e innocente (lessicalmente) utilizzo di una parola (“spook”, spettri) rivolta a due studenti di colore assenteisti e interpretabile con sfumatura razzista: è l’inizio della fine per la carriera e per la vita di un uomo che si ritrova isolato e abbandonato, e che in realtà si porta dentro un segreto (“una macchia”) da quasi cinquanta anni.
Scritto con lingua ricca e articolata che non costituisce minimamente un ostacolo ma è anzi parte fondante del piacere della lettura, “La macchia umana” è un romanzo che penetra profondamente nell’animo umano e nella sua complessità, senza nasconderne piccolezze e ipocrisie. E’ un romanzo dotato di una sua durezza, che sembra lasciare poco spazio alla speranza e che accende un intenzionale faro sulla distanza fra il condizionamento sociale e le pulsioni individuali: è un dualismo biografico, quello di un autore sospeso fra la tradizione (familiare, culturale, religiosa) e la necessità quasi irresistibile di violarle, nella ricerca di una affermazione individuale.
E’ in questo senso che, quasi incidentalmente, veniamo a scoprire la vera “macchia” di Coleman: non quella pubblicizzata e che lo ha portato alla gogna, ma qualcosa di più lontano nel tempo e naturalmente più intimo, un vero tradimento morale.
“La macchia umana” è un romanzo schietto. Di una schiettezza che mi ha portato a sottolinearne una frase, parole che mi sono sembrate riassumerne il senso sospeso, tra inutilità di sovraapparati e inutili agitazioni umane:
“Cosa pensano le cornacchie quando sentono cantare gli altri uccelli? Pensano che sia una stupidata. È vero. Gracchiare. Gracchiare è l’unica cosa”.

| Autore | Philip Roth |
| Titolo | La macchia umana |
| Editore | Einaudi |
| Collana | Super ET |
| Anno di Pubblicazione | 2000 |
| N° pagine | 395 |
| ISBN | 978-8806222949 |
| Amazon.it | cartaceo con copertina flessibile € 10,20, ebook: € 7,99 |
| PROGETTI | |
| 1001 libri da leggere | 138/1001 |
Riassumendo
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Ritratto impietoso - 8/108/10
Quarta di copertina
Il professor Coleman Silk da cinquant’anni nasconde un segreto, e lo fa così bene che nessuno se n’è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della “political correctness”. Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano.