Recensione Rito di passaggio, la fantascienza di Alexei Panshin

Recensione Rito di passaggio, la fantascienza di Alexei Panshin
29 Dic 2017

Il 19 giugno 1984 i dirigenti dei Portland Trail Blazers avevano il secondo diritto di scelta al draft NBA: decisero di portarsi a casa Sam Bowie. Subito dopo, con la terza scelta, i Chicago Bulls firmarono un certo Michael Jordan. Come dire che quando prendi una decisione – anche molto ponderata, con i milioni di dollari che girano attorno a una selezione del genere – non è sempre tutto chiarissimo.

michael jordan

Se fosse possibile leggerei con compassione il primo paragrafo di questo post ai componenti della giuria del Premio Nebula del 1968 (per i non addetti: il Nebula è probabilmente il più prestigioso premio per la letteratura di fantascienza del globo terracqueo, assegnato dalla SFWA (Science Fiction and Fantasy Writers of America), come dire che sono i “colleghi autori” a decretare il miglior romanzo di fantascienza dell’anno). Ebbene, nel 1968 i giurati premiarono “Rito di passaggio” di Alexei Panshin, 28enne astro nascente della feconda letteratura di genere degli anni 60/70. Peccato che tra i romanzi in concorso ci fosse anche “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Philip K. Dick. Esatto, il romanzo da cui Ridley Scott trasse Blade Runner…

Intendiamoci: “Rito di passaggio” non è affatto un brutto romanzo. Ci ho messo (fortuitamente, lo ammetto) le zampe sopra qualche settimana fa e ne devo sottolineare diversi aspetti interessanti.

First of all (direbbero i giurati della SFWA), la trama: Mia Havero è una adolescente che, nel 2187, vive in una delle sette navi stellari che ospitano i sopravvissuti dell’esplosione del pianeta Terra e che fanno la spola fra il centinaio di colonie che sono state fondate in giringiro per l’Universo. La protagonista, tra le tante avventure che potrebbero piacere a un nostro liceale, deve affrontare il “rito di passaggio”: una simpatica forma di prevenzione dell’affollamento delle navi spaziali che prevede l’abbandono del giovane su un pianeta-colonia per un mesetto, al termine del quale – se è sopravvissuto e non si è inselvatichito a livello preistorico come accadrebbe certamente a me – potrà essere ammesso al “mondo adulto”.

Oltre che per la trama francamente godibile, è interessante il fronte sociale aperto da Panshin che – come spesso capita agli autori di fantascienza – parla al futuro per mettere a fuoco il presente. E i temi affrontati sono diversi e tutti molto rilevanti, dal controllo delle nascite alla funzionalità di una vera “democrazia diretta”, da un velato razzismo verso i diversi (i coloni) ai rischi di uno sviluppo culturale chiuso dentro confini definiti (in questo caso, dalle paratie della nave spaziale).

Ne consiglierei serenamente la lettura, se non fosse che “Rito di passaggio” è più o meno introvabile. Se vi incuriosisce, provate a cercarlo qui

share

Alfonso d'Agostino

Rispondi

Capitolo23