La trilogia berlinese di Philip Kerr

La trilogia berlinese di Philip Kerr
07 Dic 2017

Non ricordo mai quali siano i risvolti temporali del diritto di possesso per usucapione, ma utilizzerò questo spazio pubblico per una confessione assolutamente privata: O., fratellone, anni fa ti ho sottratto due libri di Philip Kerr e non te li ho mai restituiti. Che poi, a ripensarci meglio, è stato anche un furto poco accorto: “Il criminale pallido” e “Un requiem tedesco”, che sono ormai parte integrante (irrevocabilmente) della mia libreria giallo-noir-thrilleristica sono soltanto due dei tre volumi componenti l’originale “Trilogia berlinese”. O., fratellone, non potevi “prestarmi” anche “Violette di marzo”?

philip kerr

Curiosa la storia dei volumi aventi per protagonista Bernie Gunther, e non soltanto perché dopo la pubblicazione del terzo si è assistito ad un “silenzio radio” di quindici anni esatti prima di una nuova avventura: è la stessa scelta di ambientare i casi in una Germania bellica e postbellica, in un continuo intreccio con gli anni più bui del popolo tedesco e con continui rimandi a veri nomi del regime totalitario più brutale della storia europea a costituire un quasi-unicum (aggiungete Ben Pastor) di successo. Decisione coraggiosa a cui certamente giova l’aver caratterizzato il protagonista come una sorta di dissidente, nemmeno lontanamente partecipe degli efferati genocidi che contraddistinguono il tragico contesto storico.

Ecco dunque Bernie Gunther indagare, in pieno 1936 ed alla vigilia delle Olimpiadi di Berlino che vorrebbero celebrare la potenza della rinata Germania, sulla scomparsa della figlia di un potente industriale, con una inevitabile ricaduta sulle alte sfere del potere nazionalsocialista. (“Violette di marzo“)

Ed eccolo ancora, nel 1938, alle prese con l’assassinio del suo unico amico e socio e sulle tracce di un serial killer berlinese, sfuggente al punto da costringere la polizia tedesca a “ri-assumere” il detective, e per di più con un aumento di grado. (“Il criminale pallido“).

Ed infine con “Un requiem tedesco” ritroviamo Bernie Gunther nell’immediato dopoguerra, incaricato di indagare sull’omicidio di un militare americano in un delicato equilibrio fra invasori russi in procinto di chiudere Berlino in una stretta mortale (“Possiamo sopportare un’altra guerra. Quello che di certo non possiamo sopportare è un’altra liberazione”) e potenze occidentali ormai consapevoli del nuovo pericolo comunista, in un continuo valzer berlino-viennese tra servizi segreti, delitti impuniti dei conquistatori, sofferenza da miseria imperante.

Bernie Gunther è un gran bel protagonista: una storia personale complessa, un giusto mix fra idealismo e praticità, riflessivo quando occorre e uomo d’azione quando non vi sono alternative; è un eroe-non eroe quasi filosofo e disincantato in lotta con tutti ed anche con se stesso, testimone di un’epoca storica in cui non si ritrova e che combatte al meglio delle sue (scarse) possibilità.

Ma coinvolgere maggiormente il lettore è compito, oltre che della trama, anche della proprietà narrativa, ed in questo Kerr è un piccolo maestro: lo stile appare asciutto ed essenziale fino a quando non si palesano stravaganti descrizioni

“Feci un cenno al giovanotto tarchiato dai capelli scuri che sedeva di fronte a me. Il suo viso aveva qualcosa di artificiale, come se glielo avesse rifatto uno dei disegnatori dei Servizi Tecnici della Sipo. Era composto di tre elementi ben marcati e poco altro: sopracciglia unite, posate minacciosamente sulla fronte, come un falco che si prepari all’attacco; mento lungo, simile a quello di uno stregone maligno; e un paio di baffetti stile Fairbanks. Korsch si schiarì la gola e cominciò a parlare in una tonalità di un’ottava più alta di quanto mi sarei aspettato.”

geniali metafore

“Un paio di volte qualcuno che conoscevo nei tempi andati mi fermò nel corridoio per salutarmi e dirmi quanto gli dispiaceva aver saputo di Bruno. Ma in genere mi guardavano come fosse comparso il becchino in un reparto di malati gravi.”

o piccoli brandelli di vera filosofia storico-esistenziale

“Le dirò una cosa, comunque» riprese, abbassando la voce. «Ha mai letto Mein Kampf?». “Quel vecchio libro buffo che danno gratis a tutti i novelli sposi? È il miglior motivo che possa immaginare per restare scapolo”

Una lettura davvero convincente, consigliatissima agli amanti del genere. E sia chiaro, O., che non ho alcuna intenzione di restituirteli.

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Alfonso d'Agostino

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