Franzen, tra speranza e tempesta

Franzen, tra speranza e tempesta
18 Ott 2015

Si galleggia, come vascelli di un passato remoto privo di GPS e motori diesel, con la sola forze delle vele e una bussola imprecisa.

Si naviga fra correzioni impossibili da attuare, pagine di una tragicità assoluta, veri pugni nello stomaco difficilissimi da incassare. Ondate che avvolgono, sollevano poppa e prua, trascinano fra correnti e marosi della vita di tutti, di quelle difficoltà di relazione e sentimento che affrontiamo spesso senza strumenti adeguati.

E quando tutto appare perso, ricompare per un istante un orizzonte, un ramo nel mare, un istante di povera speranza che Franzen è bravissimo a travestire da caustico commento sulla società moderna, sulle mille contraddizioni che le accompagna.

Un attimo di respiro, prima di ripiombare nella tempesta. Ma se in quell’attimo sei riuscito a chiudere un messaggio in una bottiglia, e a scagliarlo lontano…

Un libro duro, in parte anche difficile, scritto magistralmente e sempre in bilico fra una depressione neanche troppo latente ed un feroce sarcasmo.

La frase:
“Quelle erano sere, e ce n’erano state centinaia forse migliaia, in cui nulla di così traumatico da lasciare il segno era accaduto al nucleo famigliare. Sere di semplice intimità alla vaniglia, sulla poltrona di pelle nera; dolci sere di dubbio fra notti di squallida certezza.
Gli venivano in mente adesso, quei controesempi dimenticati, perché alla fine, quando si stava cadendo in acqua, l’unica cosa solida a cui aggrapparsi erano i figli.”

 

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Alfonso d'Agostino

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